1999 - Abolizione del debito dei paesi poveri

"Spirale del Debito". I paesi poveri verso l'abisso

Dalla spirale del dedito, i Paesi coinvolti possono uscire, senza peraltro altra possibilità, seguendo la via imposta dagli I.F.I., ovvero adottare soluzioni che consentano maggiori entrate di denaro per far fronte ai debiti contratti.
I meccanismi richiesti, però, altro non sono che veri e propri capestri volti a rinegoziare i prestiti. Ecco quindi che i Paesi interessati debbono per forza di cose ricorrere alla svalutazione della loro moneta. Nel nuovo quadro che si viene a creare diventa più facile esportare, ma di fatto risulta più caro acquistare i beni importati, che, ironia della sorte, sono per lo più alimentari di base, medicinali essenziali, macchinari per l’agricoltura, carburante...
La conseguenza di tutto ciò è un aumento dell’inflazione con relativo incremento della povertà, per l’inevitabile uscita dal mercato delle imprese più povere. Le esportazioni che lievitano sono infatti una vera emorragia delle materie prime, con derivante perdita di valore per eccesso di offerta sulla piazza.La guerra dei prezzi avviene, però, fra i poveri soltanto!
Facciamo degli esempi: fra il 1980 ed il 1991 circa 33 prodotti, fra cui il petrolio, hanno perso il ben 50% del loro valore. The e caffè sono arrivati in 40 anni ad avere il prezzo più basso mai raggiunto. Lo stagno è divenuto un prodotto non economicamente valido per gli alti costi di estrazione rispetto al prezzo di vendita. Dall’altra parte, i beni industriali importati nei Paesi più poveri hanno subito incrementi fino quasi il 40%.
Questo metodo non può dunque essere adottato per la soluzione del problema debito, in compenso ha rappresentato per i paesi ricchi un regime di bassi costi per l’approvvigionamento di materie prime.
Per non lasciare niente di incompiuto, il F.M.I. richiede anche l’impegno ai paesi indebitati a:

- RIDURRE LA SPESA PUBBLICA: ora gli interventi in ogni Paese solitamente avvengono su due settori quali istruzione e sanità, con il conseguente aumento dell’analfabetismo e del rischio di ricomparsa di malattie già a suo tempo debellate.
- LIBERALIZZARE DEL MERCATO DEL LAVORO
- PRIVATIZZARE LE IMPRESE STATALI CON CONSEGUENTE RIDUZIONE DEL PERSONALE PUBBLICO

Sono queste priorità alle quali gli stati interessati dalle rinegoziazioni e/o riduzioni debbono sottostare.
Tutto ciò implica immaginabili conseguenze: dalla manodopera declassata all’invasione delle multinazionali che possono acquistare demanio pubblico, imprese redditizie e sottosuolo a prezzi stracciati ottenendo liberamente lo sfruttamento di quanto un tempo era proprietà pubblica!
Il tutto avviene sotto il “super-controllo” del F.M.I. e dalla B.M.

- LIBERALIZZARE I PREZZI: che comporta impennate nei prezzi del petrolio e dei servizi pubblici, nonché dei prodotti alimentari e dei fattori produttivi sia agricoli che industriali.

A nulla valgono a tal punto l’eliminazione delle barriere commerciali e finanziarie o l’abolizione dei dazi, in quanto conducono l’industria interna, divenuta ormai non più competitiva, alla scomparsa.
Ora: perché questi paesi accettano tutto ciò? Perché non si scelgono altre strade per risollevarsi dalla pesante situazione debitoria? Perché non vengono studiate delle strategie più consone a tal fine? In vero la risposta è tanto semplice quanto lapidaria: non c’è altra possibilità.
Non si pensi che il F.M.I. sia l’“orco”, anche se in effetti ha imposto condizioni durissime. In realtà non è responsabile della politica dei prestiti delle banche, ma deve eseguire gli ordini che provengono dall’Estero.


Per chiarirci meglio l'idea della "Spirale del Debito" ecco di seguito riportato un esempio su molti

Il Ruanda, fino al 1987, era un Paese economicamente quasi autosufficiente dal punto di vista alimentare. La sua economia, prevalentemente basata sull’esportazione del caffé, precipitò già agli inizi dello stesso anno, quando la sua quotazione crollò del 50%.
Nel 1992 gli agricoltori, esasperati, sradicarono 300.000 piantine di caffé, mentre il prezzo raggiunse il minimo storico. Nel 1998 il Ruanda dovette ricorrere al prestito della Banca Mondiale assicurando l’abolizione di tutte le sovvenzioni all’agricoltura, la privatizzazione delle imprese statali, il licenziamento di impiegati pubblici oltre alla rinuncia della bonifica delle paludi. Agli inizi del 1990 la moneta locale veniva svalutata del 50% arrivando fino al 75% due anni più tardi!
La conseguenza più onerosa fu l’aumento dei prezzi di carburante e beni essenziali che raggiunsero livelli altissimi. Il gradino successivo fu una tremenda carestia sull’intero Paese aggravata dal fatto che ormai sempre più ridotti erano i terreni destinati alla produzione alimentare e del caffé.
Cause più o meno correlate alla situazione venutasi a creare quali l’aumento del livello di povertà , il dilagare della malaria con la falle sempre più aperte nel sistema sanitario, fecero precipitare il debito estero che dal 1989 al 1992 salì fino al 34%.

“QUANTO PIU’ RICEVONO, PIU’ DEVONO. QUANTO PIU’ RICEVONO, MENO POSSIEDONO. IMPIEGANO SEMPRE PIU’ ORE DI LAVORO PER GUADAGNARE SEMPRE MENO. IMPIEGANO SEMPRE PIU’ PRODOTTI PROPRI PER RICEVRE SEMPRE MENO PRODOTTI ALTRUI”

(Eduardo Gleano)

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