1999 - Abolizione del debito dei paesi poveri

Testimonianze

“Ci avevano detto che se avessimo avuto la democrazia avremmo avuto finanziamenti – ora abbiamo la democrazia ma non abbiamo visto un soldo.
Ci è stato detto che se avessimo fatto aggiustamenti strutturali avremmo avuto finanziamenti. Abbiamo fatto gli aggiustamenti, ma non abbiamo visto un soldo.
Ci era stato detto che con la liberalizzazione degli scambi e le privatizzazioni sarebbero arrivati gli investimenti privati dall’estero, ma non ne abbiamo visti. Ora ci dite che con il MAI (Multilateral Agreement on Investments, AMI – Accordo Multilaterale sugli Investimenti) questi investimenti arriveranno. State solo cercando di imbrogliare l’Africa.”

(Basoga Nsadhu, ministro delle finanze ugandese)


“…Quando si sente il grido di una persona, della gente che lotta, si rimane profondamente scossi. Si comprende all’improvviso tutta l’assurdità del nostro sistema.
Ma per rendersene conto bisogna sentire quel grido, fare quell’esperienza. Spesso davanti a tanti bei discorsi ho l’impressione che non comprendiamo nulla. (…) Il sistema economico è tale che ci schiaccia e schiaccia i poveri in modo inesorabile.
Gli aggiustamenti strutturali sono balle. Uccidono i poveri. La maggior parte dei ragazzi di Nairobi non riesce ad entrare nemmeno in prima elementare, perché costa troppo. Non si riesce ad entrare all’ospedale perché si è troppo poveri. I poveri non riescono neppure più a seppellire i loro morti, perché esiste un solo cimitero a Nairobi e il trasporto delle salme costa troppo.
Questa è la realtà delle vittime dell’impero del denaro.
Bisogna mettere l’economia al primo posto, in primo piano. Tutti gli altri discorsi sono bei discorsi che non servono a nulla. Oggi l’aspetto economico è la realtà fondamentale che guida tutto il resto.”

(Alex Zanotelli)


Una quota rilevante dei prestiti è stata concessa ai Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina affinché fossero in grado di acquistare armamenti di ogni tipo dalle industrie produttrici dei Paesi industrializzati.
Se non ci fossero state le importazioni di armamenti, il debito complessivo a metà degli anni ’80 sarebbe stato tra il 15 e il 25% inferiore a quello accumulatosi nella realtà.


Bambini e bambine vengono avviati alla prostituzione per soddisfare gli appetiti sessuali di ricchi turisti e uomini d’affari. 500.000 bimbi prostituiti in Brasili (secondo il Ministero degli Affari sociali), 300.000 in Thailandia, 100.000 nelle Filippine, 300.000 in India, 50.000 in Vietnam, 40.000 in Pakistan.


Il Mozambico spende in interessi sul debito dieci volte di più che in assistenza sanitaria, lo Zambia, cinque volte di più che in istruzione. Per ogni dollaro ricevuto in aiuti, l’Africa ne restituisce 3 in interessi sul debito.


Sono i prodotti di bassa tecnologia e largo consumo (abiti, seta, scarpe) quelli con la cui produzione per l’esportazione Paesi come Thailandia, Cina, Indonesia e India stanno tentando la scalata dello sviluppo industriale. Nel 1991 è stata denunciata la presenza di bambini al lavoro anche nelle fabbriche che producono costose scarpe per la famosa multinazionale Nike. Un’altra marca famosa, la Adidas, ha trasferito la produzione in Asia, chiudendo tutti gli stabilimenti europei.


Nelle miniere d’oro peruviane il 20% dei lavoratori ha fra gli 11 e i 18 anni. I bambini spaccapietre, nella cava di Faridabad, India, rischiano di diventare ciechi per la polvere e il riverbero. Nelle vetrerie indonesiane, con temperature intorno ai 50 gradi, i bambini lavorano ai forni senza alcuna protezione.


Sull’etichetta ci sarà pure scritto Mattel o Chicco; ma ormai l’80% dei giocattoli di tutto il mondo é fabbricato in Cina, Thailandia e Indonesia. Bambini che per 12 ore si trovano a contatto con plastica infiammabile, in ambienti surriscaldati, con poco cibo e dormendo in capannoni – ghetto.


Ogni bambino che nasce oggi in uno dei Paesi più poveri del mondo, ha un debito di 360 dollari verso i Paesi ricchi o verso istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale. Anziché andare a scuola, usufruire di assistenza sanitaria o soddisfare i suoi bisogni primari, questo bambino dovrà vedere l’economia del proprio Paese soffocare sotto il peso del debito.


Un milione di bambini tesse tappeti su decine di migliaia di telai fra il Pakistan, l’India e il Nepal. Perché proprio i bimbi? Non solo per via delle piccole dita molto adatte al lavoro, ma anche perché gli adulti non sono disposti a farsi sfruttare proprio fino all’osso.
I bambini non hanno scelta. Prelevati da lontani villaggi con l’inganno di buone prospettive e con la corresponsione di un anticipo agli ignari e poverissimi genitori, vengono imprigionati in stanzette anguste, con poca luce, a rovinarsi ossa e vista dietro un telaio, fabbricando nodi su fili ben tesi, dormendo poi nello stesso locale, nutriti male. Quando si tagliano, la ferita viene bruciata con un fiammifero, per non sporcare i tappeti di sangue.


In Tanzania l’iscrizione alla scuola media costa 20 sterline e una visita medica 1 sterlina, anche se il salario settimanale è in media di 7 sterline. In Africa, mentre solo un bambino su due va a scuola, i governi spendono per ogni abitante 25,3 dollari per l’istruzione e 22 per ripagare il debito.


“SE MOLTA GENTE DI POCO CONTO, IN MOLTI LUOGHI DI POCO CONTO, FACESSE COSE DI POCO CONTO, LA FACCIA DEL MONDO CAMBIEREBBE”

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