2000 - Condannati. Viaggio nella realtà carceraria

Amici in carcere

Per circa 10 anni ho visitato i detenuti della Casa Circondariale di Novara, un supercarcere, superaffollato, dove vivono oltre 200 detenuti, soprattutto stranieri, tossicodipendenti e persone in attesa di giudizio.
Il primo impatto con il carcere sono le porte, dalla strada all'incontro con chi sta dentro ne devo oltrepassare ogni volta 8 o 10. Il rumore dei catenacci sta a sottolineare la differenza tra i buoni e i cattivi. Ma dopo i primi colloqui questa differenza comincia a sfumarsi un poco. Di fronte ad alcune storie non si può dire che dentro ci stiano i peggiori.
Giovanna è una donna con gravi problemi psichici condannata per furto era agli arresti domiciliari. Vive in un paese del Verbano in condizioni economiche estremamente precarie, con tre figli ed il marito invalido e alcoolista. Chi la conosce dice di lei che ruba per mangiare e a volte va a chiedere l'elemosina di casa in casa.
Durante la detenzione domiciliare evade e si introduce in una casa dove ruba duemila lire: viene denunciata, le sono revocati gli arresti domiciliari e viene mandata al carcere di Novara dove passa settimane a piangere e gridare. Quando la incontro continua a piangere, chiede di parlare con l'avvocato e con i suoi familiari che non verranno a trovarla per tutto il tempo della carcerazione. Qualche giorno dopo si getta dal secondo piano della sezione e viene trasportata in ospedale con il bacino rotto: dopo due giorni di degenza l'ospedale ritiene che possa essere dimessa e viene rimandata in carcere con la prescrizione dell'immobilità totale, nonostante anche le guardie facciano presenti le difficoltà di cura.
Certo ci sono anche i cattivi. Ismail, palestinese, sconta 14 anni per aver messo una bomba al Cafè de Paris a Roma, fortunatamente nessuna vittima. La sua è la vita difficile di molti palestinesi. Quando ha sei anni la sua casa viene rasa al suolo dalle ruspe israeliane perché un suo parente era sospettato di attività sovversiva. Con la madre e i 5 fratelli e sorelle, tutti piccoli, devono cercare un altro posto dove stare(Il padre è emigrato in Kuwait per lavorare, morirà sotto i bombardamenti alleati durante la guerra del Golfo).
Sono il primo con cui accetta di parlare dopo che è stato per due anni in isolamento completo in un carcere italiano, il che significa niente giornali, libri, telefonate, una penna, un foglio, una lettera:
nulla. Aveva cercato di incendiare la cella e per punizione lo mandano a Novara. Accetta di incontrarmi, inizia un'amicizia. Dopo 9 anni non aveva voluto imparare l'italiano per protesta. Per parlare con me invece lo impara, rapidamente e bene. Dice che è stufo di questa vita, vuole farsi una famiglia, tornare in Giordania, è deluso dalla politica, la lotta armata per la liberazione del suo popolo non lo attrae più. Dopo 14 anni è un'altra persona. La sua famiglia per anni non ha saputo dove fosse. L'aiuto a riprendere i contatti e sua madre può venire a trovarlo a Novara, non lo vedeva da 10 anni. Ora è uscito, sta in un altro paese europeo, lavora, mi scrive. Pensa di sposarsi.
Ma qualcuno potrebbe dire, ormai in carcere hanno tutto, si sta bene: hanno la televisione a colori, tutte le comodità. In realtà dentro - come fuori - chi ha i soldi può avere molto, gli altri neppure il necessario. Forse non tutti sanno che...
- il carcere non ti dà i vestiti, se ti arrestano in estate resti con la maglietta anche in inverno
- neppure la schiuma da barba, le lamette il dentifricio, il sapone... come ci si può redimere se non ci si può neppure lavare?
- il cibo è normalmente insufficiente e di pessima qualità, chi ha denaro può comprare altre cose, gli altri guardano
-le condizioni di sovraffollamento aumentano la violenza all'interno del carcere. Said ha scontato i suoi 3 anni, pochi mesi prima della scarcerazione lo mettono in cella - lui tunisino- con 6 marocchini. Scoppia una lite. Gli danno altri 7 anni per tentato omicidio. Ma il carcere non dovrebbe rieducare?
Storie di miseria e di immigrazione. Maria, colombiana, ha 4 figli, di cui una gravemente handicappata, separata dal marito, non ha di che vivere. Accetta di venire in Italia con una borsa di droga. La fermano subito, 9 anni di carcere. Nella sezione femminile si conquista la fiducia di tutti, dal direttore alle guardie. Lavora, prima all'interno poi l'aiutiamo a trovare un lavoro all'esterno. Per due anni ogni giorno esce all'alba torna in carcere al tramonto. Mai un ritardo, un problema. Alla fine riesce a tornare al suo paese, nel frattempo la figlia malata è morta.
Gli stranieri sono tanti in carcere. Perché sono più cattivi? Commettono più reati degli italiani? Niente di più falso. Ci sono tanti stranieri in carcere perché:
- non hanno soldi per pagarsi un buon avvocato e per reati anche piccoli restano in carcere, per gli stessi reati gli italiani sono fuori;
- per piccoli reati potrebbero avere pene alternative, ma non hanno una casa, o una residenza e quindi restano dentro;
- non hanno una famiglia che li aiuti, spesso non capiscono l’italiano e finiscono per accettare consigli di avvocati senza scrupoli che consigliano loro di confessare e patteggiare.
Anche se sono innocenti.
In cella nascono amicizia e solidarietà proprio dove sembra impossibile. Giampiero veglia giorno e notte il suo compagno di cella che ha già tentato di uccidersi. Per due volte gli salva la vita. Antonio è malato di cuore, il compagno di cella sta sveglio tutte le notti e quando ha una crisi di cuore, chiama le guardie e di fronte alla loro diffidenza (si sa che fanno apposta a fingersi inalati per uscire) grida fino a quando non chiamano l'ambulanza.
In ospedale lo salvano per un soffio.

Insomma buoni e cattivi stanno dentro e fuori. Certo essere buoni dietro le sbarre è più difficile. Eppure ho incontrato tanta umanità, ricchezza di spirito e forza d'animo, lì dove sembra impossibile essere umani. Papa Giovanni XXIII entrando a Regina Coeli pochi giorni dopo la sua elezione a Papa disse: "Ecco siamo qui nella casa del Padre". Ma come la casa del padre in una galera. D'altra parte i cristiani sono i discepoli di un condannato a morte, innocente che aveva detto "Ero carcerato e siete venuti a visitarmi".

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