2000 - Condannati. Viaggio nella realtà carceraria

Universo da ripensare...

Dal mondo ecclesiale e dal volontariato arriva un invito a non inseguire le emergenze, ma a riformare l'istituzione carcere. Secondo la Fondazione “Carcere e Lavoro” (Caritas Italiana, Gruppo Abele, Gruppo Exodus, Compagnia delle Opere No Profit, Caritas Ambrosiana) la cui finalità è di promuovere la dignità dei carcerati ed ex-carcerati attraverso attività lavorative in percorsi di risocializzazione, è necessario ed urgente ripensare il carcere nei fondamenti e nelle finalità.

Don Elvio Damoli, già cappellano di Poggioreale e Presidente della Fondazione, sostiene che:
“ ... ora è tempo di riformare il carcere come istituzione, questo è il vero impegno, clamoroso e coraggioso, che attendiamo dallo Stato Italiano, magari già dal prossimo 9 luglio in occasione del Giubileo dei Carcerati...”.
Aggiunge inoltre che:
“ ... dobbiamo smetterla di considerare il carcere come unico rimedio al male, esistono e vanno applicate anche pene alternative. Ma soprattutto, dobbiamo smetterla con un carcere “pattumiera” della società, contenitore unico per tutti i detenuti. Occorre ripensarlo, rifondarlo nelle sue logiche e nelle sue strutture, in relazione al territorio ed alle tipologie di reclusi. Solo così è possibile recuperare la centralità della persona umana e la funzione di reinserimento e riabilitazione propria del carcere...

Dalla Comunità di S. Egidio arriva un monito:“IL CARCERE E' UN MONDO A PARTE, NON E’ MAI COME LO SI IMMAGINA”

Il carcere è per eccellenza luogo di emarginazione!
La visita in carcere vuole dire rifiuto dell'emarginazione e dell'isolamento. Per i detenuti noi siamo il mondo esterno e le nostre visite creano un ponte, un legame con esso. E mentre portiamo il mondo esterno tra le sbarre, allo stesso tempo portiamo nel mondo libero ciò che accade dietro le mura della prigione.
Chi perde la libertà insieme perde anche un po’ la sua dignità di persona. Il detenuto non si identifica con il suo reato.
Per chi è stato condannato, e quindi allontanato dalla società, parlare con qualcuno che non sia un parente, un avvocato o un magistrato, vuol dire essere riconosciuto come persona, essere rispettato e, in un certo modo “reintegrato”.

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