2001 - Libars di scugnì la. L'immigrazione vista da vicino

La lotta alle moderne schiavitù
(relazione di Federico Frezza, Magistrato della Divisione Antimafia di Trieste)

Per ragioni territoriali chiamato ad occuparsi di “Repressione di reati in tema di immigrazione nel Nord-Est” e nello specifico della Regione Friuli Venezia Giulia, attualmente principale area d’ingresso dell’Europa al pari della Puglia, Federico Frezza ci parla dei 30.000-40.000 ingressi clandestini annuali in regione. Queste sono le cifre con cui il magistrato, che negli ultimi tre anni ha potuto consegnare alla giustizia ben 700 “gestori” dell’immigrazione clandestina, si è dovuto confrontare per far fronte ad un “mercato” in grandissima espansione, fonte di grossi guadagni e governato dalla criminalità.
La “MERCE” è l’uomo, è una vera e propria tratta di esseri umani!
Il transito avviene sotto gli occhi dei preposti al controllo, ma l’interesse ad oggi è rivolto al flusso che ha per destinazione paesi diversi dal nostro. Per un clandestino, il momento dell’ingresso è il più drammatico del suo viaggio, il modo con il quale avviene determinerà tutta la sua esistenza futura. E’ obbligatorio, perciò, distinguere tra due tipi di emigrazione:
la piccola, appartiene per lo più a rumeni, bulgari, kossovari, che arrivano alla spicciolata, a piedi, per brevi periodi; non abbandonano quindi il loro paese, ma in Italia soggiornano solo il necessario, senza subire contraccolpi di adattamento essendo già a conoscenza della realtà che li attende.
Quella a più vasta scala proviene da Paesi come Cina, Filippine, Bangladesh… un’immigrazione molto complessa, per chi la fa, la gestisce ed anche per le nostre Forze dell’Ordine. L’abbandono della propria terra è, spesso definitivo, una scelta dura e radicale che comporta uno sconvolgimento drammatico del proprio esistere, uno strappo culturale pesantissimo, nella totale incertezza del futuro che lo attende, e spesso senza nemmeno conoscere la realtà che lo attende. Il viaggio è lunghissimo, più per la durata che per i chilometri (sino a dodici mesi!), e costosissimo sul piano economico: per un cinese, anche 27 milioni di lire a persona, cifra astronomica per quei paesi, tanto da richiedere il contributo di un intero villaggio per la speranza di uno! La disperazione iniziale, la debolezza della propria ignoranza, l’incapacità di esercitare i propri diritti fanno di queste persone facili prede della criminalità, in materia di passaggio di confine, di collocazione sul territorio e di lavoro.

E’ questo il preludio alla schiavitù!

La grande immigrazione è sempre organizzata anche se, attraverso sistemi tutto sommato semplici quali intercettazioni telefoniche e l’analisi dei clandestini (miniere di informazioni loro malgrado), oggi si può tracciare l’organigramma delle organizzazioni italiane e slovene che coprono il tratto LUBIANA-MESTRE, in diretta e non solo a posteriori, come avveniva qualche anno fa. Le organizzazioni, cosiddette, etniche che gestiscono i transiti sono ormai identificate. Persone della stessa etnia del clandestino ingaggiano, comprano, il viaggiatore nel suo paese di origine, lo obbligano al patto economico = prezzo da pagare (es. una ragazza dell’est lire 3 milioni, 90 per una nigeriana), lo trasportano in Europa affidandolo ad una sorta di subappalto di piccole organizzazioni slave. In Italia viene prima consegnato ad indigeni che ben conoscono il territorio e successivamente ripreso per essere nuovamente “gestito”. I clandestini arrivano in Italia già zavorrati da un debito enorme, contrarlo significa alimentare il germe dello sfruttamento, considerato che il committente ben si guarderà dal farsi sfuggire l’opportunità di arricchimento alle spalle di questi disperati che a vita, come nel caso dei cinesi, si troveranno a lavorare per lo più gratuitamente, o abbondantemente sottopagati. Non può essere sottovalutato il timore, o meglio forse dire il terrore, del woodoo o delle ritorsioni in patria sui propri cari, ambiti questi nei quali il nostro sistema giudiziario nulla può. Considerarli schiavi, non è improprio; la condizione di debolezza, sudditanza, il deficit culturale e linguistico fanno di loro facili prede della criminalità organizzata per lo sfruttamento del lavoro, della prostituzione. Non pensi a questi schiavi, come incatenati; la schiavitù moderna non ha catene, eccetto quelle morali, che divengono vincoli ben più limitanti e meno evidenti, non dimostrabili, nemmeno in sede di dibattimento in tribunale e ancor meno all’opinione pubblica che guarda, ma non vede questo mondo sotterraneo attorno a lei, che segue percorsi prestabiliti, incomprensibili. Stazionare su di un marciapiede in attesa del cliente o restarsene chiusi in scantinati per ore sulle macchine da cucire senza nemmeno provare a ribellarsi per modificare la propria condizione. Perché lo fanno? In realtà per tutti noi questi esseri umani sono “intercambiabili”, uno vale l’altro e non ci accorgiamo se il lavavetri al semaforo è lo stesso di ieri , della settimana scorsa…Questo avviene anche per le Forze dell’Ordine, non abbiamo una sufficiente curiosità utile a preoccuparci di conoscere e comprendere queste nuove realtà; manca la spinta a provare, almeno provare ad avvicinarci ai nostri nuovi “connazionali”…
Il Dott. Frezza in conclusione ammonisce ciascuno di noi a non restare insensibile, ad operare nel proprio settore: per sconfiggere i pregiudizi che abbiamo nei confronti dei venuti, per aiutarli a prendere coscienza dei propri diritti, a guardare alle istituzioni, agli enti, alle Forze di Polizia come a degli alleati nella lotta contro le schiavitù che li imprigionano.

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