Presenze invisibili
L’immigrazione
femminile in Italia ha origine negli anni ’60 con l’arrivo delle prime
donne per essere impiegate come domestiche fisse (dato che nel mercato
italiano ce n’era forte richiesta). Con il passare degli anni, la
situazione si è man a mano evoluta per cui ora ci sono diversi motivi e
problematiche che spingono le donne a emigrare, motivi che, oltre a
quelli comuni agli uomini (problemi economici, culturali, rifugio
politico), sono spesso caratterizzanti come il ricongiungimento
familiare, il desiderio di emancipazione e di distacco dalla cultura e
dalle tradizioni del proprio paese, rottura dei legami familiari, ecc…
La conseguenza di questi differenti motivi di partire è il delinearsi di più percorsi migratori:
- PERCORSO DI TIPO TRADIZIONALE: donne arrivate per ricongiungimento
familiare alcuni anni dopo l’emigrazione del marito;
- DONNE CHE PARTONO DA SOLE: sono quelle donne che decidono in prima
persona di partire. Sono spesso sostenute da connazionali emigrate in
precedenza;
- ARRIVO SUBITO DOPO IL MATRIMONIO: quando un immigrato desidera
sposarsi è spesso la famiglia d’origine a combinare il matrimonio con
un/a conoscente o vicino/a di casa del paese natio;
- ARRIVO SIMULTANEO: avviene quando coppie o gruppi familiari decidono
di partire assieme. Questa modalità è poco diffusa e può comportare
diversi problemi:smarrimento di un caro durante il tragitto,necessità
di dividere il nucleo familiare(perché ognuno vada ad abitare vicino al
suo posto di lavoro)
- LE PROSTITUTE: nonostante sia l’aspetto più visibile
dell’immigrazione “al femminile” in realtà ne rappresenta soltanto una
ridottissima parte. I problemi di questo fenomeno non hanno bisogno di
essere elencati.
“…e invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla….”
(da “La terrazza Proibita”) Fatima Mernissi
“Le immigrate essendo portatrici di tradizioni millenarie ma allo
stesso tempo emigrate per sfuggire a parte di queste tradizioni che le
opprimono, sono in una posizione ideale per svolgere un ruolo di
mediazione tra diverse culture. Speriamo che con la concretezza che le
caratterizza sono capaci di scegliere i contenuti migliori delle
differenti culture, ovvero quelli che favoriscono l’ emancipazione e la
liberazione delle donne…”
(Lucia Rojas)
L’invisibilità
sociale della donna immigrata, che non sia una colf o una prostituta, è
ormai un aspetto tangibile nella nostra società. Questa invisibilità si
può definire “doppia” perché le donne immigrate sono ignorate sia dalle
ricerche statistiche che dalla normativa statale e dai progetti di
formazione. Il fenomeno migratorio viene dunque associato quasi
esclusivamente alla figura maschile nonostante il 46% sul totale degli
immigrati siano donne. I percorsi, le storie, gli obiettivi sono
diversi, ma identica è la volontà di trovare una dignità, un ruolo ed
uno spazio all’ interno della nostra società. L’assenza dell’uomo
all’interno delle famiglie emigrate è un fenomeno abbastanza frequente
dato che una parte dalle immigrate si spostano da sole dal loro Paese
d’origine in seguito al divorzio o alla vedovanza. Il cambiamento nella
suddivisione delle funzioni e dei ruoli all’interno del nucleo
famigliare diventa così caotico e generatore di squilibri. La donna
diventa centro di questa nuova organizzazione assumendo ruoli ed oneri
tradizionalmente maschili che però non sono sempre corrispondenti ad
una sua emancipazione. Trovarsi ad essere fulcro di decisioni
importanti, dover mantenere economicamente la famiglia o lavorare
rimanendo molte ore fuori casa, sono aspetti esemplificativi di uno
squilibrio all’interno della famiglia sinonimo di un nuovo modello di
sfruttamento femminile. La situazione delle donne arrivate in
Italia qualche anno dopo il marito sembra essere meno traumatica
rispetto a quelle delle donne emigrate da sole.
In realtà però coloro le quali usufruiscono della legge per il
ricongiungimento familiare, si trovano a vivere in un mondo parallelo,
con rare occasioni di apprendimento della nuova cultura. La lingua
rimane così incomprensibile, i servizi inaccessibili, le relazioni
sociali impossibili. La donna immigrata è dunque costretta ad
utilizzare come mediatore culturale il marito e a non avere più
un’autonomia come nel suo paese d’origini specie per alcune tematiche
prettamente femminile, come la sfera sessuale e ginecologica.
L’inurbamento è il nuovo dramma delle donne immigrate. La perdita del
rapporto con gli spazi della casa e della città tradizionale musulmana
ha portato ad una rapida perdita di punti di riferimenti fondamentali
per la donna. La casa introflessa araba e i tipici hammam assenti nelle
struttura urbana occidentale rappresentano i luoghi base per la
trasmissione dei saperi femminili e delle tradizioni. La migrazione
verso paesi con edifici chiusi dove la socializzazione non esiste, ha
portato alla ghettizzazione, all’aumento dell’isolamento e alla
rinnovata dipendenza della donna dall’uomo.
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