2001 - Libars di scugnì la. L'immigrazione vista da vicino

Presenze invisibili

L’immigrazione femminile in Italia ha origine negli anni ’60 con l’arrivo delle prime donne per essere impiegate come domestiche fisse (dato che nel mercato italiano ce n’era forte richiesta). Con il passare degli anni, la situazione si è man a mano evoluta per cui ora ci sono diversi motivi e problematiche che spingono le donne a emigrare, motivi che, oltre a quelli comuni agli uomini (problemi economici, culturali, rifugio politico), sono spesso caratterizzanti come il ricongiungimento familiare, il desiderio di emancipazione e di distacco dalla cultura e dalle tradizioni del proprio paese, rottura dei legami familiari, ecc…
La conseguenza di questi differenti motivi di partire è il delinearsi di più percorsi migratori:
- PERCORSO DI TIPO TRADIZIONALE: donne arrivate per ricongiungimento familiare alcuni anni dopo l’emigrazione del marito;
- DONNE CHE PARTONO DA SOLE: sono quelle donne che decidono in prima persona di partire. Sono spesso sostenute da connazionali emigrate in precedenza;
- ARRIVO SUBITO DOPO IL MATRIMONIO: quando un immigrato desidera sposarsi è spesso la famiglia d’origine a combinare il matrimonio con un/a conoscente o vicino/a di casa del paese natio;
- ARRIVO SIMULTANEO: avviene quando coppie o gruppi familiari decidono di partire assieme. Questa modalità è poco diffusa e può comportare diversi problemi:smarrimento di un caro durante il tragitto,necessità di dividere il nucleo familiare(perché ognuno vada ad abitare vicino al suo posto di lavoro)
- LE PROSTITUTE: nonostante sia l’aspetto più visibile dell’immigrazione “al femminile” in realtà ne rappresenta soltanto una ridottissima parte. I problemi di questo fenomeno non hanno bisogno di essere elencati.

“…e invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla….”

(da “La terrazza Proibita”) Fatima Mernissi


“Le immigrate essendo portatrici di tradizioni millenarie ma allo stesso tempo emigrate per sfuggire a parte di queste tradizioni che le opprimono, sono in una posizione ideale per svolgere un ruolo di mediazione tra diverse culture. Speriamo che con la concretezza che le caratterizza sono capaci di scegliere i contenuti migliori delle differenti culture, ovvero quelli che favoriscono l’ emancipazione e la liberazione delle donne…”

(Lucia Rojas)

L’invisibilità sociale della donna immigrata, che non sia una colf o una prostituta, è ormai un aspetto tangibile nella nostra società. Questa invisibilità si può definire “doppia” perché le donne immigrate sono ignorate sia dalle ricerche statistiche che dalla normativa statale e dai progetti di formazione. Il fenomeno migratorio viene dunque associato quasi esclusivamente alla figura maschile nonostante il 46% sul totale degli immigrati siano donne. I percorsi, le storie, gli obiettivi sono diversi, ma identica è la volontà di trovare una dignità, un ruolo ed uno spazio all’ interno della nostra società. L’assenza dell’uomo all’interno delle famiglie emigrate è un fenomeno abbastanza frequente dato che una parte dalle immigrate si spostano da sole dal loro Paese d’origine in seguito al divorzio o alla vedovanza. Il cambiamento nella suddivisione delle funzioni e dei ruoli all’interno del nucleo famigliare diventa così caotico e generatore di squilibri. La donna diventa centro di questa nuova organizzazione assumendo ruoli ed oneri tradizionalmente maschili che però non sono sempre corrispondenti ad una sua emancipazione. Trovarsi ad essere fulcro di decisioni importanti, dover mantenere economicamente la famiglia o lavorare rimanendo molte ore fuori casa, sono aspetti esemplificativi di uno squilibrio all’interno della famiglia sinonimo di un nuovo modello di sfruttamento femminile.
La situazione delle donne arrivate in Italia qualche anno dopo il marito sembra essere meno traumatica rispetto a quelle delle donne emigrate da sole.
In realtà però coloro le quali usufruiscono della legge per il ricongiungimento familiare, si trovano a vivere in un mondo parallelo, con rare occasioni di apprendimento della nuova cultura. La lingua rimane così incomprensibile, i servizi inaccessibili, le relazioni sociali impossibili. La donna immigrata è dunque costretta ad utilizzare come mediatore culturale il marito e a non avere più un’autonomia come nel suo paese d’origini specie per alcune tematiche prettamente femminile, come la sfera sessuale e ginecologica.
L’inurbamento è il nuovo dramma delle donne immigrate. La perdita del rapporto con gli spazi della casa e della città tradizionale musulmana ha portato ad una rapida perdita di punti di riferimenti fondamentali per la donna. La casa introflessa araba e i tipici hammam assenti nelle struttura urbana occidentale rappresentano i luoghi base per la trasmissione dei saperi femminili e delle tradizioni. La migrazione verso paesi con edifici chiusi dove la socializzazione non esiste, ha portato alla ghettizzazione, all’aumento dell’isolamento e alla rinnovata dipendenza della donna dall’uomo.

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