2002 - Diritto d'Acqua

Danni dalla mancanza d’acqua: GUERRE

L’acqua è una delle risorse naturali distribuite con la maggior disparità sul nostro pianeta. Si pensi che il 60% delle fonti è localizzato in soli 9 paesi (tra cui Stati Uniti, Russia, Canada, Brasile e Indonesia); mentre altri 80 paesi (che raggruppano il 40% della popolazione mondiale) subiscono una situazione di grave penuria idrica. Si stima circa in 10.000 il numero di persone che ogni giorno muore per malattie legate alla mancanza d’acqua oppure all’utilizzo di acque inquinate.
Ciononostante la popolazione dei paesi ricchi (circa l’11% dell’umanità) possiede l’84% della ricchezza e consuma l’88% del consumo mondiale (acqua compresa). Queste disparità sono ancora più evidenti a livello locale e dato che l’acqua è un bene indispensabile può diventare fonte di tensioni: tensioni interne agli stati o molto peggio conflitti fra stati stessi.
I conflitti all’interno degli stati esistono dappertutto, al Nord come al Sud, nei paesi del Terzo Mondo come nei paesi più ricchi e sviluppati, ma non tutti conducono a esiti violenti. Ciò che manca in molti paesi per una corretta gestione idrica che scansi ogni problema è una “legge nazionale dell’acqua” ispirata a principi di solidarietà e sostenibilità per cui non ci sia una parte che prevalga sulle altre ma un accordo fra di loro. Un buon esempio di questa politica sono i “contratti di fiume”: degli accordi tra tutte le parti interessate (popolazione residente, industrie, autorità pubbliche, imprese di turismo, associazioni diverse…) per una gestione coordinata, solidale e durevole del fiume. Il vantaggio essenziale di questo contratto è che si evita il primato di una parte rispetto alle altre. Grazie a una politica di questo tipo si è riusciti a mettere d’accordo Colorado inferiore, Arizona e Nevada che da anni erano contrapposti alla California per i suoi eccessivi prelievi dal lago Owen e dal fiume Colorado. Solo dopo alcuni la California ha riconosciuto la sua responsabilità in questi eventi, e tuttora si è passati a una gestione coordinata e integrata. Ma non ovunque è così ad esempio in Bolivia il dibattito nazionale sull’acqua è diventato molto animato. A seguito della cessione delle risorse idriche da parte del governo Boliviano a un’impresa privata è aumentato considerevolmente il prezzo dell’acqua per cui la popolazione di Cochabamba è insorta scontrandosi con la polizia. Risultato: la difesa del loro diritto d’acqua è costato agli abitanti cinque morti!
Se già sono gravi i conflitti interni agli stati quelli fra stati sono ancora più gravi dei precedenti per le forme che possono assumere (fino al conflitto militare). Si contano attualmente, nel modo, circa 50 “guerre” tra stati per cause legate alla proprietà, alla spartizione e all’uso dell’acqua. La seguente tabella precisa l’oggetto del conflitto solamente per una ventina di casi, attualmente i più importanti.

Tabella sulle guerre tra stati per cause legate all'acqua

La maggior parte delle analisi sulle “guerre d’acqua” cita come cause principali i crescenti bisogni e le situazioni di penuria o di offerta limitata. È logico che più le risorse idriche di un bacino acquifero diminuiranno più gli abitanti dei paesi appartenenti allo stesso cercheranno di appropriarsi delle fonti migliori. Questa è una visione che, nonostante la sua apparente verità non offre un reale quadro sulle cause.
Altre analisi,invece, mettono in evidenza l’importanza dia altri fattori legati a:
-rivalità etniche, razzismo, xenofobia;
-nazionalismi di tutti i generi;
-lotte per l’egemonia regionale politica, economica o culturale.
Nel caso del conflitto legato al bacino del Giordano, è chiaro che la "guerra dell'acqua" è la conseguenza e non la causa della guerra tra gli stati arabi (Siria, Giordania, Territori palestinesi, Libano) e Israele che dura ormai da circa cinquant'anni. Al di là delle cause storiche legate all'opposizione religiosa tra ebrei e musulmani (per non menzionare altre comunità confessionali), la guerra trova la sua origine nel fatto che le potenze vittoriose della Seconda guerra mondiale hanno dato soddisfazione a una rivendicazione legittima del popolo ebreo (la creazione dello stato di Israele) senza però dare la stessa soddisfazione alle rivendicazioni, altrettanto legittime, dei popoli arabi e soprattutto del popolo palestinese. Da allora, l'acqua è un fattore che fa accendere focolai di guerra o riattizzare il conflitto, come nel caso della Guerra dei sei giorni (giugno 1967), in cui l'occasione "immediata" fu il tentativo di deviazione delle acque del Giordano da parte degli stati arabi in risposta alla costruzione, da parte di Israele, della "via d'acqua nazionale", prima azione di dirottamento delle acque del bacino. Eppure, gli stati in questione avevano firmato nel 1964 un piano di ripartizione delle acque del Giordano e dei suoi affluenti. Il fatto è che la guerra arabo-israeliana oltrepassa le questioni dell'acqua; come sostiene uno specialista in materia , l'acqua è solo un "aspetto della disputa multidimensionale tra gli stati arabi e Israele".
La soluzione ai problemi dell'acqua nella regione, non si trova nell' acqua, ma nella volontà politica dei dirigenti dei popoli "in guerra", di mettere fine alla loro disputa pluridecennale, riconoscendosi reciprocamente il diritto all'esistenza, alla vita e allo sviluppo. Certo, le azioni di pacificazione che prendono spunto a partire dell'acqua restano importanti perché contribuiscono ad alimentare un clima di rispetto reciproco e di cooperazione che può favorire i processi di risoluzione del conflitto generale.
È alla luce del conflitto sul bacino del Giordano che devono essere interpretate le ragioni che condussero, già nel 1974, Boutros Boutros Ghali, egiziano e segretario generale delle Nazioni Unite fino al 1996, ad affermare che semmai dovesse scoppiare una Terza guerra mondiale, questa sarà legata all'acqua. L’ipotesi sembra alquanto logica. In realtà si tratta di un'esagerazione mistificante perché alimenta l'idea che l'acqua diventerà necessariamente rara e, quindi, causa di conflitti che i popoli saranno incapaci di risolvere pacificamente.
Le stesse considerazioni valgono per il conflitto che avvelena, da anni, le relazioni tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, per quanto riguarda i bacini del Tigri e dell'Eufrate. Il conflitto ha cominciato a diventare importante negli anni Sessanta, quando la Turchia - paese a monte dei due bacini e nel quale ha origine il 90% delle acque dell'Eufrate - e la Siria manifestarono l'intenzione di costruire numerosi impianti (tredici da parte della Turchia) per l'irrigazione e per la produzione idroelettrica.
Ciò avrebbe considerevolmente modificato l'economia della regione e, quindi, la posizione di ciascun paese. La tensione salì a livelli molto alti nel 1974, quando l'Iraq minacciò di bombardare la diga di Tabga in Siria e concentrò le sue truppe lungo la frontiera. Le minacce furono ripetute nella primavera del 1975. Nel 1987, la Turchia propose agli altri paesi la costruzione di un "acquedotto della pace". Al di là del suo costo elevato, i paesi arabi respinsero la proposta, temendo - e lo temono ancora oggi - che accettando il progetto, avrebbero dato alla Turchia il potere di controllo sulle acque della regione, cosa per loro inaccettabile. Le tensioni riapparvero nel 1990, in seguito al completamento della costruzione della diga Ataturk sull'Eufrate, che ha dato alla Turchia un importante potere sul flusso del fiume e gli permette di utilizzare la minaccia di ridurre il flusso d'acqua verso i paesi a valle, allo scopo - tra l'altro - di convincere la Siria a ritirare il suo appoggio alle popolazioni curde in lotta armata per la propria indipendenza nel sudest della Turchia. Attualmente, e malgrado qualche piccolo progresso, la regione resta in stato di conflitto latente, anche perché la Turchia ha rifiutato di firmare le due convenzioni internazionali che, dopo enormi e lunghi sforzi, hanno visto la luce: la Convenzione sull'utilizzo dei corsi d'acqua internazionali per fini diversi dalla navigazione e la Convenzione sulla protezione e l'utilizzo dei corsi d'acqua e dei laghi internazionali.
I conflitti tra Iraq e Iran (si ricorderà la guerra del 1980-84 per il controllo del fiume Shatt-EI-Arab), Iraq e Siria, Turchia e Iran, Turchia e Iraq, Turchia e Siria non avranno termine fino a,che i dirigenti di questi paesi non si "rassegneranno" ad abbandonare ogni velleità di potenza. Questa è, infatti, la radice dei conflitti: ogni paese della regione crede ancora di poter conquistare l'egemonia politica sull'intero territorio, o comunque crede sia suo diritto impedire, a ogni costo, che gli altri paesi diventino troppo potenti. Come ha ben sottolineato J. Sironneau, "il conflitto (tra Iraq e Iran) per l'appropriazione dello Shatt-EI-Arab, riflette la lotta perseguita da ciascun paese per la supremazia regionale".
La “piccola guerra” che, nel 1995, scoppiò tra Ecuador e Perù, a proposito delle sorgenti del fiume Cenepa, e che provocò la morte di parecchie persone, non è stata provocata da problemi inerenti all’acqua, ma al desiderio di controllo di una zona molto ricca di minerali e la cui configurazione varia in funzione delle linee di demarcazione della proprietà delle sorgenti del Cenepa.
Come si vede dalla tabella precedente gli esempi di conflitti tra stati si potrebbero moltiplicare ma c’è una logica di fondo che accomuna tutti: è quella degli interessi politici, militari, sociali, economici, religiosi ed etnici che alimentano i conflitti per la supremazia e l’ appropriazione esclusiva delle risorse. Se la situazione può già sembrare grave le prospettive per il futuro (seguendo l’attuale andamento) non sono delle più rosee; difatti si prevede per il 2025 una popolazione di 8 miliardi di persone, di cui ben 3 miliardi saranno in situazione di grave crisi idrica. Ciò potrebbe portare a un’ inasprimento e a un’ aumento degli attuali conflitti. L’ unica alternativa possibile è quella di cominciare a vedere l’ acqua come “patrimonio dell’ umanità” e di conseguenza da gestire assieme e con logiche solidali e di cooperazionee lontane da qualsiasi speculazione o interesse economico.

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