La mafia dell’Acqua Sempre
più spesso si sente parlare dell’ emergenza idrica nel sud Italia e più
precisamente delle isole, ma nonostante questo vengono regolarmente
sequestrati depositi, pozzi o addirittura laghi abusivi. Cerchiamo di
capire un po’ meglio il coinvolgimento dei gruppi mafiosi con questo
problema.
L'acqua è uno dei settori su cui i gruppi mafiosi hanno
esercitato il loro dominio. La mafia siciliana non è solo un'
organizzazione criminale ma qualcosa di più complesso: i gruppi
criminali agiscono all'interno di un sistema di relazioni, hanno
rapporti con il contesto sociale, con l'economia, la politica e le
istituzioni, le attività delittuose sono intrecciate con attività
legali e perseguono fini di arricchimento e di potere. Nessuna sorpresa
quindi se la mafia ha rivolto particolare attenzione a una risorsa
fondamentale come l'acqua, approfittando delle opportunità offerte dal
contesto politico-istituzionale. Con la costituzione dello Stato
unitario non c'è stata in Italia una politica di pubblicizzazione e
regolamentazione delle acque e in Sicilia, in particolare nelle
campagne palermitane, si è imposta la pratica del controllo privato
esercitato da guardiani, i "fontanieri", stipendiati dagli utenti. I
guardiani erano nella maggioranza legati alla mafia, così pure i
"giardinieri", cioè gli affittuari e gli intermediari. Il controllo
sull' acqua ha causato contrasti che sono all' origine delle guerre di
mafia. L'acqua è una risorsa essenziale per la coltivazione degli
agrumi che negli anni successivi alla creazione dello Stato unitario
vengono esportati sul mercato nazionale e internazionale, in
particolare negli Stati Uniti, principale meta di emigrazione dopo la
sconfitta della prima ondata del movimento contadino (i Fasci
siciliani). Il controllo dell'acqua e del mercato agrumicolo è nelle
mani di gruppi mafiosi che avviano i primi rapporti con gli emigrati in
America, tra cui ci sono i fondatori dell'organizzazione mafiosa
d'oltre Oceano. Il controllo mafioso dell'acqua continuerà anche dopo e
i mafiosi non esiteranno a ricorrere all' omicidio se esso verrà messo
in forse. Nel 1945, a Ficarazzi, nei pressi di Palermo, al centro della
pianura coltivata ad agrumi, viene ucciso Agostino D'Alessandro,
segretario della Camera del lavoro, che aveva cominciato una lotta
contro la mafia dell' acqua. Era stato "invitato" a desistere ma aveva
continuato la sua battaglia, all'interno della mobilitazione dei
contadini che raccoglierà centinaia di migliaia di persone impegnate
nella lotta per la riforma agraria e per la democrazia, scontrandosi
duramente con la mafia. I mafiosi fanno sentir e tutto il peso del loro
potere all'interno dei consorzi di irrigazione di nuova istituzione.
L'esempio più noto è il consorzio dell' Alto e Medio Belice. Il
consorzio istituto nel 1933, in pieno periodo fascista, abbracciava un
comprensorio di circa 106.000 ettari ed era stato costituito per la
realizzazione di una diga sul fiume Belice. Esso rimase inattivo fino
al 1944, per l'opposizione della mafia, che temeva "che lo sviluppo
dell' iniziativa poteva toglierle il monopolio dell' acqua e sovvertire
l'ordine delle cose (campierato ed usura) fino ad allora sotto il suo
diretto controllo. L'unica attività che il consorzio riesce a
realizzare è la costruzione di strade che non è ostacolata dai mafiosi
che organizzano la raccolta e la fornitura di pietre alle imprese di
costruzione. Tra questi mafiosi c'è il giovane Luciano Liggio che
costituisce una società di autotrasporti e non è contrario all'
attività del consorzio intuendo che esso può offrire grandi
opportunità. Infatti la costruzione di dighe sarà un ottimo affare per
i mafiosi che sanno inserirsi accaparrandosi buona parte degli
stanziamenti pubblici. Esemplare la vicenda della costruzione della
diga Garcia sul Belice, chiesta a gran voce dai contadini e ottenuta
dopo anni di lotte. Il capomafia Peppino Garda compra i terreni,
ottiene finanziamenti per migliorare le coltivazioni e infine li
rivende, a un prezzo di gran lunga superiore a quello d'acquisto, agli
enti pubblici interessati alla costruzione della diga. Una speculazione
studiata a tavolino pienamente riuscita grazie alle complicità delle
istituzioni. Palermo La grande "sete di Palermo" del 1977-78 fu
l'occasione p& l'apertura di un'inchiesta sulle fonti di
approvvigionamento idrico nell'agro palermitano. Tra le
poche fonti informative esistenti c'era la Carta delle irrigazioni
siciliane redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del Servizio
idrografico del Ministero dei lavori pubblici, da cui risultava "un
aggrovigliarsi di usi di acque delle più diverse provenienze" e
individuava 114 sorgenti e 600 pozzi che prelevavano l'acqua dalla
pingue falda freatica. Un documento più recente, del 1973, redatto
dall'Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l'esistenza di 1.469 pozzi
che attingevano alla falda freatica nella fascia costiera. Queste acque
sotterranee per la grande rilevanza che avevano per il soddisfacimento
del fabbisogno idrico della città e delle campagne avrebbero dovuto
essere inserite nell'elenco delle acque pubbliche, invece vengono
lasciate sfruttare dai privati e in prima fila sono i più noti
rappresentanti dell'associazione mafiosa. A dire del magistrato che
condusse l'inchiesta, il pretore Giuseppe Di Lello, il criterio nella
redazione degli elenchi delle acque pubbliche è il "rispetto" delle
acque private. Nel Prga (Piano regolatore generale degli acquedotti)
redatto dal Ministero dei lavori pubblici e approvato nel 1968
figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di
esaurimento per impoverimento della falda, mentre non c'era traccia dei
pozzi ricchissimi d'acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle
dinastie mafiose più note, e da altre famiglie mafiose: i Buffa, i
Motísi, i Marcenò, i Teresi. Ovviamente la falda freatica andava
impoverendosi per il vero e proprio saccheggio perpetrato dai privati e
in particolari dai mafiosi e in molti pozzi era già in stato avanzato
l'intrusione di acqua marina che ne rendeva impossibile l'uso. L'acqua
dovrebbe essere un bene pubblico, invece l' Azienda municipale
acquedotto di Palermo (Amap) prende in affitto i pozzi dei privati e
negli anni '70 il Comune di Palermo paga quella che dovrebbe essere la
sua acqua circa 800 milioni l'anno. Particolare significativo: i
privati per scavare i pozzi si servono dei mezzi dell' Esa, cioè di un
ente pubblico, e con modica spesa realizzano affari consistenti.
L'Amap, alla ricerca di nuove acque, trivella le zone povere d'acqua,
lasciando le zone più ricche al monopolio dei privati. Le
responsabilità di tale situazione sono state chiaramente individuate,
ai vari livelli: dal Ministero dei lavori pubblici all'Assessorato
regionale, al Provveditorato per le opere pubbliche, all' Ufficio del
Genio civile e, ovviamente, all' Amap. Alcuni fatti costituivano reato
e gli atti vennero inviati alla Procura della Repubblica ma l'inchiesta
non ebbe seguito. Un'altra inchiesta condotta nel 1988 si concludeva
con il rinvio a giudizio di vari mafiosi, di proprietari di pozzi e di
alcuni tecnici, ma il processo si concluse con una serie di
assoluzioni. In media ogni anno piovono in Sicilia 7 miliardi di metri
cubi d'acqua, quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e
482 milioni di metri cubi (1 miliardo e 325 milioni per l'irrigazione
dei campi, 727 milioni per dissetare i centri abitati, 430 milioni per
il fabbisogno industriale). Eppure la Sicilia soffre la sete, e in
alcune zone, per esempio nelle province di Agrigento, Caltanissetta, ed
Enna, è emergenza permanente. Ci sono dighe che da vent'anni attendono
di essere completate, o non sono state collaudate e possono contenere
solo una parte della capienza. Ci sono le condotte colabrodo (si parla
di perdite del 50 per cento). Questo non è solo il frutto del controllo
mafioso sull' acqua ma più in generale di una politica delle opere
pubbliche all' insegna dello spreco e del clientelismo. L'opera
pubblica, a prescindere dai miglioramenti che può arrecare alle
condizioni di vita della popolazione di un determinato territorio,
viene utilizzata come occasione di speculazione e di accaparramento del
denaro pubblico. Nessuna delle dighe esistenti è autorizzata ad essere
riempita completamente. Qualche caso, tra i più eclatanti. La diga
Ancipa potrebbe raccogliere 34 milioni di metri cubi d'acqua, ne
raccoglie solo 4 milioni. La diga presenta delle crepe, segnalate da
più di trent'anni. La diga Disueri potrebbe contenere 23 milioni di
metri cubi, ma deve fermarsi a 2 milioni e mezzo. La diga Furore, in
provincia di Agrigento, completata nel 1992, non è mai entrata in
funzione. Per altre dighe mancano gli allacciamenti. Spesso si dice che
mancano i soldi, ma in più di un caso i soldi ci sono e non si spendono
per inerzia delle amministrazioni che continuano a favorire
l'approvvigionamento da parte di privati. Nel Febbraio 2001 oltre sette
milioni di metri cubi rischiavano di finire in mare, perché le dighe
non erano in grado di contenere l'acqua caduta con le abbondanti
piogge. In Sicilia si fanno processioni e cerimonie religiose per
invocare la pioggia, ma quando c'è la pioggia bisogna svuotare le
dighe. E questo non è solo mafia. E va ribadito che la mafia ha potuto
operare, nel settore dell'acqua come in altri settori, perché ha goduto
di un contesto favorevole e di complicità, omissive o attive, diffuse.
Data la frammentazione della gestione, spesso riesce difficile
individuare le responsabilità.
In Sicilia si dovrebbero occupare
di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste,
19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400
consorzi fra utenti e altri 13 consorzi. All'ennesima emergenza idrica,
si è pensato di risolvere il problema nominando commissario il
presidente della Regione. Per il 2000 un' ordinanza di protezione
civile stanziava 54 miliardi per opere urgenti da realizzare nel giro
di nove mesi e disponeva poteri di approvazione rapida dei progetti.
per il presidente della Regione, ma le inadempienze della Regione hanno
indotto il ministro dei lavori pubblici a nominare, nel febbraio del
2001, un commissario dello Stato, il generale dei carabinieri Roberto
Jucci. Il commissario si è dato da fare andando in giro per l'isola,
redigendo una mappa degli invasi e ha proposto l'istituzione di un'
Authority, cioè di un organo unico che sovrintenda a tutta la questione
dell' acqua in Sicilia, gestendo unitariamente le dighe, il sistema
idrogeologico, le condotte di adduzione, gli impianti comunali. La
proposta era stata già fatta dalla giunta regionale nel 1990 ma non si
è mai realizzata. Pare che adesso qualcosa si smuova ma tra il
commissario, nominato dal governo nazionale di centrosinistra, e la
giunta regionale nata dalla schiacciante vittoria del centro-destra
alle elezioni del 24 giugno 2001 sono sorti problemi che rischiano di
riportare la situazione al punto di prima.
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