2002 - Diritto d'Acqua

Urgenza Brasile: Monte Santo di Bahia

L’acqua rappresenta più di qualsiasi altra componente della terra, la vita, la dinamicità dell’esistenza. È un diritto indiscutibile, un bene comune dell’umanità la cui responsabilità dell’accesso è collettiva.

Le previsioni future non fanno però ben sperare e sempre più spesso si parla d’acqua come di un bene in via di esaurimento, come qualcosa di preziosissimo. Pensare al 2020 come all’anno in cui si prevede che il 50 % degli abitanti della Terra non avrà più acqua potabile da bere, fa paura, crea un senso di precarietà in ognuno di noi.

Attualmente il 60 % delle risorse idriche sono concentrate in nove Paesi (USA, Russia, Indonesia, Brasile, Canada, Cina). In particolare il Brasile possiede centinaia di fiumi ed alcuni tra i bacini idrografici più importanti al mondo ed è il Paese con più acqua in assoluto: 5670 km3/anno (1 km3=1000 miliardi di litri). Lo sterminato territorio brasiliano è disseminato di dighe, bacini artificiali e centrali idroelettriche interconnessi fra loro in un sistema che viene fornito d’acqua senza nessuna interruzione.

Tutti i bacini artificiali del Paese funzionano come vasi comunicanti tra i quali è possibile spostare grandi quantità di energia, a seconda delle variazioni stagionali della pioggia da una regione all’altra, mantenendo così le riserve generali di acqua ad un livello costante. Questo sistema è definito “l’ottava meraviglia del mondo” per il suo impeccabile funzionamento ma soprattutto per l’avanguardia tecnologica che lo caratterizza.
Nonostante queste premesse il Brasile è uno dei Paesi che di più soffre per il cosiddetto “stress idrico” dato dalla difficoltà di approvvigionamento da parte della popolazione. Dal 1994 il Brasile sta svuotando i suoi serbatoi d’acqua ed è giunto quest’anno al punto critico di avere soltanto il 29% della quantità necessaria per il consumo. Com’è possibile che il Brasile sia protagonista di un tale paradosso? Come può accadere che Paesi come la California abbiano altissimi consumi pro-capite e all’inverso Paesi come quello brasiliano soffrano la sete?

Una risposta a questo grave problema si può trovare analizzando, a grosse linee, il percorso della politica brasiliana in merito alle risorse idriche.
Fino agli anni ’70 il sistema ha funzionato perfettamente, mentre l’avvento delle politiche neoliberiste intraprese negli anni ’80 hanno coinvolto l’intero Paese in una spirale di indebitamenti e inflazione. Negli ultimi sette anni il governo brasiliano, guidato da Fernando Henrique Cardoso, ha condotto il Paese ad un punto di non ritorno delegando la gestione delle risorse idriche alle multinazionali straniere.

Gli investitori venuti dall’estero obbediscono ad una ideologia di mera speculazione a breve termine, non conoscono e non comprendono la realtà brasiliana, non si assumono l’onerosa responsabilità di garantire il buon funzionamento del sistema idroelettrico del Paese, né hanno l’interesse ad aumentare i propri costi per investire in nuove installazioni. Al contrario, le multinazionali pretendono condizioni estremamente favorevoli: per contratto, hanno il diritto di trattenere per un periodo di otto anni la totalità dei profitti derivanti da eventuali aumenti di produttività, senza distribuire nulla al consumatore brasiliano, né hanno alcun obbligo di fare investimenti miranti ad espandere il sistema. Le multinazionali riducono drasticamente la manodopera peggiorando la manutenzione degli impianti e deteriorando la qualità del servizio nelle aree più povere del Paese. Inoltre ritoccano le tariffe, cresciute del 150% dal 1995 al 2000, ben al di sopra del tasso di inflazione. In tal modo possono ricavare grandi profitti da distribuire ai loro azionisti, lasciando il Brasile a secco di investimenti e con un settore energetico in via di rottamazione. Al sistema non è rimasto altro che consumare le proprie riserve d’acqua.

La filosofia che caratterizza le multinazionali ignora completamente la cultura dei brasiliani e non tiene conto delle loro credenze, dei significati che essi attribuiscono all’acqua. Nella cultura brasiliana essa ha un valore altissimo, quasi sacro; l’organizzazione della società e dei sistemi produttivi sono strettamente legati alle risorse idriche. Le sorgenti costituiscono un punto di riferimento nella socializzazione, nell’identità, nella delimitazione del territorio e della localizzazione della popolazione.
Così la popolazione rurale vive in accordo con una serie di principi che è consuetudine applicare all’acqua. Secondo gli agricoltori “l’acqua è comune, nessuno può togliere il diritto all’accesso, l’acqua non ha proprietario, è della gente, è degli animali, l’acqua è per tutti”.

Questi principi vanno a scontrarsi sia con una legge emanata dal Parlamento brasiliano nel ’97 che regolamenta l’uso dell’acqua quale risorsa vulnerabile, finita, scarsa, sia con la mentalità propria della multinazionale.

Il sistema idrico brasiliano è dunque sull’orlo del black-out.

Microscopicamente potremmo subito pensare all’agricoltura e dall’assenza settori che tuttora sfamano milioni di brasiliani, messi in ginocchio dall’assenza d’acqua e delle conseguenti ondate migratorie di “flagelados” che a milioni lasciano le campagne per raggiungere città sempre più sovraffollate. Però, quello che più spaventa e fa rabbrividire è l’avanzare dell’ideologia dominante: quella della speculazione di tutto e di tutti.

L’essere umano viene annullato sempre di più per far prevalere “l’essere profitto” che continua a farsi strada incontrastato.

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