2004 - Bambini per finta

La situazione nelle diverse parti del mondo

AFRICA: SCHIAVI NEL TERZO MILLENNIO

Il destino di schiavitù che nei secoli scorsi ha colpito l’Africa non si è esaurito nemmeno nel Terzo millennio. Nell’africa di oggi il mercato degli schiavi è ancora fiorente, ma la merce è cambiata perché le vittime sono soprattutto i bambini. Il traffico di minorenni è gestito da racket organizzati in modo capillare sul territorio. I piccoli schiavi vengono trasportati nelle piantagioni della Costa d’Avorio, del Gabon e del Brasile. Oppure sbarcano in Europa, dove sono costretti alla prostituzione, sono preda dei pedofili, vengono sottoposti alle angherie e alle molestie sessuali dei padroni che li comprano come domestici. La tratta coinvolge più di duecentomila bambini l’anno tra i cinque e i quindici anni. Vengono prelevati soprattutto dal Benin, dal Togo, dal Ghana, dalla Nigeria, dal Camerun, dal Burkina Faso. Gli “adulatori”, come vengono chiamati gli uomini ben vestiti che convincono le famiglie a cedere i loro figli, li comprano a circa 14 dollari l’uno e li rivendono ad un prezzo almeno dieci volte superiore. Ai genitori promettono una parte del denaro guadagnato dal figlio. Ma il bambino, di solito, non riceverà alcun denaro in cambio della fatica e degli abusi subiti.
Non c’è scampo per i piccoli schiavi delle piantagioni, costretti con le percosse a lavorare anche diciotto ore al giorno. I loro corpi sono devastati dai morsi degli insetti che nidificano nella sterpaglia dei campi e dalle percosse.
Nonostante il Mali e la Costa d’Avorio abbiano aderito alla lotta contro le forme di schiavismo, ci sono altri Paesi africani dove il fenomeno è più drammatico.
Il Benin, la cui popolazione è composta per il 50 % da minorenni, è il principale serbatoio per il traffico. La consuetudine di affidare ai parenti residenti in città i figli, ha assunto l’inquietante variabile della loro cessione ad estranei, con la conseguente perdita di ogni collegamento e/ o legame con la famiglia. “La sensibilizzazione sembra inutile, un operatore penso sia molto frustrato perchè è difficile cambiare la mentalità. Secoli di schiavitù, colonizzazione e tradizione sono ben radicate nelle menti…”. Questo è il commento di Alessandro Tosatto, fotografo per l’Associazione Mani Tese da anni in Benin.
In Camerun il traffico dei minori coinvolge il 12,6% della popolazione; in questo caso i genitori non sono sempre disposti a cedere alle lusinghe dei mediatori e allora ogni mese da 4 a 10 bambini vengono rapiti.
In Costa d’Avorio la tratta si è intensificata nel 1996 quando il calo del prezzo del caffè e del cacao ha reso impossibile la copertura dei costi della manodopera adulta. Le ore di lavoro per questi piccoli schiavi possono raggiungere le diciotto, in condizioni di sopruso e violenza, con una sorveglianza anche notturna che eviti la loro fuga.


ASIA: DOVE I BAMBINI COSTANO MENO E RESISTONO ALLE MALATTIE

L’Asia è il continente con la più alta concentrazione di impiego di minori. Quello utilizzato è un vero e proprio modello produttivo.
Partendo dall’attività agricola svolta da ogni bambino in ambito familiare per la necessaria sussistenza, i minori asiatici vengono occupati in qualsiasi tipo di produzione, soprattutto nel lavoro nero e in quello in subappalto, il cosiddetto “settore informale”. Piantagioni, laboratori tessili, concerie, cave, miniere, edilizia, fornaci, commercio, selezione dei rifiuti, giocattoli e lavoro domestico sono le attività principali in cui si sfruttano i piccoli operai.
Dalle ultime statistiche UNICEF risulta che il 61% del lavoro infantile è concentrato in Asia e con i suoi 44 milioni di bambini lavoratori l’India detiene il record mondiale dell’occupazione minorile. Nel Nepal lavora il 60% dei bambini, in Indonesia il 20, nel Bangladesh il 25, in Thailandia il 32. Tutti beni riservati alle esportazioni, come tappeti, stoffe, prodotti artigianali e palloni da calcio.

E proprio dal continente asiatico giunge la storia di Iqbal Masih: schiavo nelle manifatture di tappeti del Pakistan a quattro anni, attivista sindacale a nove, martire a dodici.
Venduto dal padre per dodici dollari, Iqbal lavora inginocchiato al telaio per dodici ore al giorno finchè, scappato dalle grinfie dei suoi padroni, assiste ad una manifestazione sindacale venendo così a conoscenza per la prima volta dei suoi diritti. Da qui comincia un percorso di riscatto, attraverso lo studio e di pubblicizzazione dello sfruttamento che non solo lui, ma anche altre migliaia di bambini subivano ogni giorno. Questo percorso culminò con la partecipazione di Iqbal ad una conferenza internazionale sul tema al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. Coi 15 mila dollari vinti da un premio per la sua attività, Iqbal sceglie di aprire delle scuole per far sì che i suoi coetanei potessero studiare e liberarsi dallo sfruttamento che li attanagliava. Domenica 16 aprile 1995, la “mafia dei tappeti” pone fine ad una piccola vita, ma importante e matura.
I vili assassini di Iqbal non sapevano che il loro gesto avrebbe aperto gli occhi del mondo su una delle pagine più oscure della civiltà umana.


SUDAMERICA: UNO SU CINQUE…

Il cinque per cento della popolazione attiva in America Latina è composto di bambini tra i sei e i quindici anni. Lavora un minore su cinque, in tutto circa 15 milioni.
Sopportano le temperature infernali delle fornaci per cuocere i mattoni, estraggono le pietre dalle cave e le spaccano con una forza che appartiene a braccia adulte. Raccolgono le immondizie nelle discariche per rivendere lattine, barattoli e cartoni. Talvolta, tra quei rifiuti, trovano qualcosa da mangiare.
In città, i bambini lavorano nelle micro imprese o nei settori marginali e spesso irregolari del commercio, come i mercati e le bancarelle per le strade. Centinaia di migliaia di fanciulle, circa il 10 % della forza lavoro infantile, fanno le domestiche nelle case dei ricchi e di solito vengono maltrattate, insultate, umiliate con abusi e violenze sessuali.
Dove la miseria è più profonda, nelle periferie e nei sobborghi delle infernali metropoli cresciute a dismisura, migliaia di piccoli vengono scaraventati sulle strade per soddisfare il mercato della prostituzione, finiscono nei cataloghi delle associazioni di pedofili, vengono “arruolati” dai trafficanti di droga.
In questi Paesi il numero di scuole è insufficiente, la qualità dell’insegnamento è povera e mediocre, ma l’istruzione rimane l’unica arma di riscatto per i minori e gli adolescenti. Per questo le Organizzazioni internazionali e le associazioni umanitarie, da anni incitano i governi a riformare il sistema educativo, ad imporre l’obbligo scolastico e a rendere la scuola sempre più presente nella vita e negli interessi dei bambini.
Eppure qualche spiraglio di speranza si apre. Un esempio su tutti sono i due gruppi che lavorano su questo fronte, organizzando i piccoli lavoratori peruviani e offrendo loro l’opportunità di avviare la produzione di piccoli oggetti artigianali, in un processo che i ragazzi stessi controllano in tutte le sue fasi, evitando quindi ogni forma di sfruttamento del loro lavoro.
La prima associazione è il MANTHOC (Movimento degli Adolescenti e dei Bambini Lavoratori Figli di Operai Cristiani) nata nel 1976 con l’obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro dei bambini lavoratori nella zona sud della città di Lima. Attualmente questa associazione è presente in diciotto centri urbani e rurali del Perù e conta oltre duemila partecipanti effettivi e fornisce assistenza a più di cinquemila ragazzi e bambini.
La Casa Marcelino Pan y Vino è la seconda realtà che dal 1992 ospita la popolazione infantile e adolescente lavoratrice. La maggior parte di loro vive in realtà di estrema povertà, hanno persoli padre e la madre o sono abbandonati; per questo escono a lavorare nella strada, esposti a rischi e sfruttamento. La promozione di misure protettive e preventive di assistenza del minore sono i fini principali voluti dal fondatore, il missionario italiano Mario Vidori.
Concludiamo riportando un commento di dieci punti stilato dai NATs (Ninos y Adolescentes Trabajadores) associazione di bambini e adolescenti lavoratori, in occasione di un incontro a livello internazionale.

“…Noi vogliamo che vengano riconosciuti i nostri problemi, le nostre iniziative,
le nostre proposte e i nostri processi di organizzazione.
Noi siamo contro il boicottaggio dei prodotti fabbricati dai bambini.
Noi vogliamo rispetto e sicurezza per il nostro lavoro.
Noi vogliamo un’educazione dai metodi adatti alla nostra situazione.
Noi vogliamo una formazione professionale idonea al nostro contesto.
Noi vogliamo avere accesso a buone condizioni sanitarie.
Noi vogliamo essere consultati per ogni decisione che ci riguarda, locale, nazionale ed internazionale.
Noi vogliamo che sia scatenata una lotta contro le ragioni che sono all’origine della nostra situazione e in primo luogo la povertà.
Noi vogliamo che ci siano attività più numerose nelle zone rurali, per far sì che i bambini non siano obbligati ad andare in città.
Noi siamo contro lo sfruttamento del nostro lavoro ma siamo favorevoli al lavoro dignitoso.
E con orari adatti alla nostra educazione ed al nostro svago….”


NELL’EVOLUTA EUROPA…

L’evoluta Europa registra una ripresa del fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile, consentita da una direttiva dell’Unione Europea sul lavoro infantile stagionale e familiare. Le forme vanno dal traffico internazionale, alla prostituzione infantile, all’accattonaggio, giungendo all’impiego nelle forze armate. La stessa Gran Bretagna, che fu il primo Paese a regolare il lavoro minorile nel 1833, invia i minori a morire al fronte (Golfo, Falkland, Kossovo). In Portogallo, il 5% dei ragazzi tra i 12 e i 14 anni possono per legge essere impiegati in lavori minorili “leggeri”. L’emergenza infanzia scoppia nell’Europa dell’Est dopo il crollo dei regimi comunisti; fino al 1989, la propaganda del socialismo reale pubblicizzava l’immagine di bambini cresciuti in società attente ai loro bisogni e alle loro aspettative. Con la disgregazione dell’impero comunista, i minori sono state le prime vittime di una transizione economica per molti aspetti selvaggia. La situazione varia da Paese a Paese, con caratteristiche comuni. In Albania, una delle nazioni più povere, l’emergenza riguarda soprattutto i bambini rapiti e venduti per traffici di adozioni illegali. In Romania migliaia sono i bambini “parcheggiati” negli istituti di assistenza dalle famiglie che non sono in grado di provvedere al loro mantenimento. Gli orfanotrofi sono fatiscenti ed affollati e spesso i bambini fuggono. Per molti di loro comincia allora la vita in strada; oltre 5.000 bambini vivono nelle fogne, l’unico luogo che dà loro un minimo di protezione.
Nella Federazione Russa i bambini di strada sono circa un milione, 60.000 nella sola Mosca; a Budapest (Ungheria) sono tra i 10.000 e i 12.500; 10.000 in Lettonia e altrettanti in Lituania. In Estonia quasi il 30% delle prostitute è costituito da minorenni. Lo sfruttamento sessuale dei bambini è una delle piaghe più virulente. In Russia, ad esempio, i minori sono le principali vittime del business miliardario fatto di night club, bar e film pornografici.


LA SITUAZIONE ITALIANA

La realtà dei baby lavoratori affonda le sue radici anche nel nostro Paese. I dati sono contrastanti. E’ stata ipotizzata la cifra di circa trecentomila casi, non suffragata però da conferme ufficiali.
Il Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza redatto da Eurispes e da Telefono Azzurro sostiene che i minori di 15 anni che lavorano sono 147.285 (dati al 27 giugno 2004) di cui 31.500 sfruttati. I maschi costituiscono la quota più numerosa tra gli 11 e i 13 anni, mentre le femmine rappresentano la maggioranza nelle altre fasce d’età.
Per quanto riguarda il rapporto scuola-lavoro, la maggior parte dei giovani lavoratori riescono a conciliare i due impegni; la scuola non viene trascurata dalla quasi totalità delle bambine (90,2%) e dall’ 85,9% dei maschi.
Il 68,7% dei minori ha lavorato percependo una retribuzione, mentre il restante 31,2% non ha guadagnato niente.
Per quanto riguarda i luoghi del lavoro minorile per eccellenza risultano bar, alberghi e ristoranti, attività commerciali, agricoltura; il lavoro in fabbrica o in cantiere riguarda l’11,8% dei minori. L’indice di distribuzione geografica raggiunge il valore massimo nel nord-est e il minimo al centro ed è strettamente collegato a due variabili che sono il tasso di scolarizzazione e il livello di sviluppo economico, alle quali si affianca l’influenza svolta dal tipo di attività del capofamiglia. Se infatti i genitori sono lavoratori in proprio, imprenditori, agricoltori o ristoratori, ci sarà una probabilità più elevata che i figli vengano impiegati prima dei 15 anni in queste attività. Esse possono essere poste nella categoria degli aiuti famigliari (che impegnano il 78% dell’impiego totale); le altre due tipologie sono i lavori stagionali e quelli più impegnativi. Concludiamo questa breve carrellata di dati trattando il tema degli infortuni sul lavoro. Esso ha risvolti preoccupanti in quanto i bambini hanno maggiori probabilità di farsi male e il datore di lavoro denuncia l’infortunio esclusivamente nei casi in cui non può farne a meno. La maggior parte degli infortuni rimane dunque nel silenzio.
Le politiche per l’infanzia e l’adolescenza in Italia sono state spesso assenti o poco coordinate; l’attenzione sociale non è mai mancata ma questa è stata catalizzata soprattutto dagli aspetti patologici, spesso sull’ondata emotiva di fatti eclatanti di cronaca.
Il provvedimento legislativo più significativo al riguardo, fino al 1997, è stata la Legge 216/91 intitolata “Primi interventi a favore dei minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose”. La maggior consapevolezza che i minori sono una risorsa molto preziosa ha permesso di uscire dalla frammentarietà degli interventi, dalla centralità della logica riparatoria e di far crescere la consapevolezza di dover maggiormente orientare le risorse. A determinare questa inversione di tendenza ha contribuito anche la ratifica avvenuta nel 1991 da parte del nostro Paese della “Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia” approvata dall’ONU nel 1989.
Un quadro di riferimento organico lo hanno offerto le due leggi emanate nel 1997. La prima è la 285 “Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” e la 451 che prevede l’istituzione della Commissione parlamentare per l’infanzia e dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia. Và comunque sottolineato che già l’articolo 37 della Costituzione riconosceva alcuni principi fondamentali: la competenza legislativa in tema di età minima per l’ammissione al lavoro, la necessità di una tutela speciale per il lavoro minorile, la garanzia per il minore, a parità di lavoro, della stessa retribuzione del lavoratore adulto.
Le ultime normative che disciplinano questa materia sono il decreto legislativo n.345/1999, modificato dal decreto legislativo n.262/2000. L’obiettivo generale di tutela ha rischiato in questi due decreti di diventare strumento di forte discriminazione, dal momento che in molte realtà, specie di piccola impresa, si preferiva licenziare, o non assumere, apprendisti minori piuttosto che applicare la più rigorosa normativa posta. Queste limitazioni vanno dalla regolamentazione dell’esposizione alle fonti di rumore, ai lavori completamente vietati, al lavoro notturno e alla valutazione specifica dei rischi.

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