2004 - Bambini per finta

Il traffico dei minori

Un aspetto drammatico ricollegabile allo sfruttamento del lavoro minorile è il traffico di bambini e adolescenti che ad oggi conta circa trenta milioni di vittime.
Tecnicamente esso è il trasferimento di minorenni a scopo di sfruttamento in attività lucrative e illecite, da un luogo all’altro di uno stesso Paese o attraverso le frontiere internazionali.
L’UNICEF calcola che soprattutto in Africa e nel sud est asiatico, ogni giorno circa tremila bambini cadano nelle grinfie dei trafficanti.
Alla base di questo problema, che per provenienza e per destinazione è da definirsi globale, c’è sicuramente l’ignoranza data dalla scarsa alfabetizzazione, la povertà, la volontà di molti genitori di creare un futuro migliore per i propri figli, la disoccupazione.
La tratta è un business molto proficuo, secondo solo al traffico di droga e di armi. Le Nazioni Unite stimano fra i sette miliardi e i dieci miliardi di dollari il guadagno annuo della criminalità organizzata sul commercio di piccoli schiavi. Questo fenomeno è spesso collegato alla pratica dell’affidamento a parenti dei bambini per la scolarizzazione. IL lavoro viene inizialmente presentato come occasione per socializzare, ma poi in breve tempo la realtà cambia drasticamente: i bambini vengono venduti come bestiame e lavorano come schiavi, senza salari né protezione sociale. Un bambino lavoratore costa in media cinquanta dollari.
In molti casi questi minori vengono isolati ed allontanati dalle loro famiglie in tenera età, con il triste risultato che essi non conoscono la loro provenienza e dunque un’eventuale ricongiungimento familiare risulta impossibile.
I settori in cui questi bambini vengono impiegati vanno dalla prostituzione alo spaccio di droga, dal lavoro nelle piantagioni e nelle miniere all’accattonaggio, dal lavoro in fabbrica allo sfruttamento come domestici. Ci sono però anche altri ambiti, meno sviluppati dal punto di vista numerico e altrettanto poco conosciuti. Il mondo dello sport professionistico ne è un esempio. La logica imperante della massimizzazione del profitto, ha portato queste “multinazionali dello sport” in molto Paesi poveri o in via di sviluppo alla ricerca di campioni. IL calcio presenta uno degli esempi più allarmanti e da questo business non si esime nemmeno il calcio italiano. La Federazione calcistica africana lanciò un primo allarme già nel 1991, dicendo che molti bambini, anche di dieci anni d’età, venivano portati in Italia, valutati dalle grandi squadre e poi abbandonati al loro destino se non conformi agli standard richiesti.
Nel 2000 la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) e il governo italiano misero a punto un protocollo d’intesa per fermare gli “scafisti del pallone”: tutte le società affiliate alla FIGC hanno l’obbligo di segnalare la presenza del minore straniero non appena arriva in Italia per il provino.

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